Nel corso della sua breve vita Himera non ebbe mai un ruolo politico rilevante, né quelle grandi risorse economiche e demografiche che nelle altre colonie della Sicilia e della Magna Grecia hanno trovato espressione nell'architettura sacra e nella ricchezza e nella vivacità della cultura figurativa e materiale. Quanto conosciamo del primo secolo di vita della città riflette condizioni generali piuttosto modeste, legate probabilmente ad attività di scambio. Le ceramiche di questo periodo dimostrano che Himera è inserita o toccata da alcuni circuiti commerciali: quello tirrenico (bucchero e anfore etrusche), quello fenicio-punico (anfore), quello corinzio (anfore e ceramiche), quello greco-orientale e insulare (anfore, coppe ioniche, bucchero ionico ed eolico, ceramica a bande). Non sono al momento valutabili gli apporti delle altre colonie greche d'Occidente, né abbiamo alcun documento per supporre la presenza di un artigianato locale. Quello che è certo è che fino alla metà del VI sec. a.C. le ceramiche importate sembrano prevalere su quelle locali o greco-occidentali e, in mancanza di documenti, non si può parlare del formarsi di una cultura figurativa locale ad Himera.

Il terzo venticinquennio del VI sec. a.C., coincide con un momento di forte crescita della città. Nuovi materiali edilizi, un calcare grigio e uno biancastro, provenienti da cave ubicate a Sud della città, vennero impiegati per il rinnovamento dell'Area Sacra sul Piano di Imera (Templi B e D in calcare grigio; Tempio C in calcare biancastro) e, seppure episodicamente, anche per l'edilizia privata. Subito dopo la metà del secolo, con la decorazione metopale e frontonale del Tempio B, abbiamo le prime espressioni della cultura figurativa della città, anche se per questo straordinario complesso di sculture e rilievi di terracotta, stilisticamente legato alla cultura figurativa dorica d'Occidente, non è da escludere per ipotesi la partecipazione di officine itineranti.
Nello stesso periodo è attestata l'attività di officine locali per la produzione di ceramiche e terracotte figurate, con forme e modelli derivati da esemplari importati, soprattutto greco-orientali e insulari. Le importazioni di ceramiche nella seconda metà del VI sec. a.C. sono ancora rilevanti, ma tendono a rarefarsi soprattutto per quanto riguarda le ceramiche comuni. Cominciano, invece, ad essere sempre più frequenti le ceramiche attiche a vernice nera e figurate, importate fino al terzo venticinquennio del V sec. a.C..

La svolta nella vita della città determinata dagli avvenimenti successivi al 480 a.C., ebbe come conseguenza in primo luogo la costruzione dell'unico edificio monumentale di Himera, cioé il Tempio della Vittoria, che nell'architettura come nella decorazione plastica, riflette l'ormai preponderante influsso della cultura agrigentina. Di quest'ultima troviamo numerose altre espressioni soprattutto nella coroplastica (statuette tipo "Athena Lindia", busti di Demetra o Kore), accanto alla produzione delle officine ceramiche e coroplastiche locali, che, fatta eccezione per qualche episodico apporto esterno, soddisfano quasi interamente il fabbisogno cittadino. Nella seconda metà del V secolo, prevalgono motivi iconografici e stilistici di tradizione attica e allo stile della scultura attica post-fidiaca sono state riferite anche le figure acroteriali femminili del Tempio B.

Al momento della distruzione della città da parte dei Cartaginesi (409 a.C.), Himera godeva ancora di stabilità economica e di un certo benessere, come si evince dalla qualità dell'edilizia privata e dalla vivacità dell'artigianato locale. Ai rapporti con la Grecia continentale e insulare erano ormai subentrati quelli con le colonie greche della Sicilia e dell'Italia meridionale, come attestano le ceramiche a figure rosse protoitaliote e siceliote rinvenute negli strati di distruzione della città; tra queste, le numerose opere del Pittore di Himera potrebbero far pensare alla presenza in città di officine di pittori di vasi.

