L'Antiquarium di Himera, costruito con finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno, e ultimato e arredato con l'intervento dell'Assessorato Regionale BB.CC.AA. e P.I., è stato aperto al pubblico il 4 ottobre 1984.
L'edificio, progettato dall'arch. Franco Minissi in stretto collegamento con l'abitato antico (Quartiere Est), occupa la base dello sperone nord-est della collina di Himera, ed è concepito come elemento di raccordo tra due grandi settori: Tempio dorico della Vittoria e città bassa, a valle, ed Area Sacra arcaica e Abitato, in collina, sul Piano di Imera. La sua stessa dislocazione funge da incentivo per la totalità della visita della zona archeologica, e l'intera impostazione progettuale tende al rispetto degli obiettivi funzionali, architettonici e paesistici. La studiata flessibilità dell'esposizione è stata sottomessa senza sforzo all'ordinamento scientifico, giacchè essa si fonda con semplicità sulla successione di spazi contigui e articolati, con vetrine a nastro ricavate negli sbalzi dei piani e con serie di vetrine modulari.

Per l'allestimento che presentiamo, ci siamo sforzati in primo luogo di approfondire il tema "monografico" dell'Antiquarium e quindi abbiamo guidato il visitatore per mezzo di richiami essenziali nella distribuzione dei contesti sollecitando il suo interesse culturale con incentivi scanditi da appositi pannelli. Quanto ai criteri dell'esposizione, abbiamo seguito un metodo diacronico per i reperti dell'Arca Sacra, come analisi documentaria di un grande luogo di culto ufficiale, ed un metodo sincronico per l'Abitato e le Necropoli, come primo tentativo di sintesi tipologico-percentuale.
L'esposizione attuale si apre con una sala didattica, in cui sono illustrati la storia della città, l'identificazione del sito, gli studi e la ricerca archeologica, e la monetazione di Himera, per mezzo di tre pannelli (1-2, 4) e di quattro cubi luminosi con diapositive a colori su altrettanti temi centrali della vita imerese: qualità delle architetture e spazi urbani, alcune fasi essenziali delle scoperte al Tempio della Vittoria (1929-1930), reperti imeresi conservati in altri musei; e, a completamento dell'esposizione, battaglie e schieramenti del 480 e 409 a.C., come momenti epici del conflitto tra Greci e Cartaginesi nella Sicilia Occidentale.

Nella saletta attigua, un grande pannello illustrativo corredato di dati (3) e una delle gronde leonine che ornavano la sima del Tempio della Vittoria, richiamano l'attenzione del visitatore sugli scavi di Pirro Marconi, degli anni 1929-1930, con particolare riferimento alla storia del temenos ed ai valori architettonici del periptero imerese.
Due grandi settori dell'esposizione sono dedicati alle ricerche sistematiche iniziate nel 1963 dall'Istituto di Archeologia dell'Università di Palermo. Al primo di essi, percorrendo la rampa in discesa, introduce il pannello 5, collocato sulla parete di fondo, che presenta il complesso degli scavi nell'Area Sacra sul Piano di Imera, con i quattro templi (A,B,C,D), l'altare ed il recinto con gli annessi.

Il pannello 6 apre il discorso sulle fasi di scavo del Tempio A. Le vetrine nn. 1-2 sono riservate all'importante deposito votivo del tempio, creato all'atto della fondazione, nell'ultimo venticinquennio del VII sec. a.C., e mano mano arricchito fino alla metà del VI secolo. Il deposito è costituito da numerosi piccoli vasi (n. 1), alcuni di tradizione tardo-geometrica e di stile orientalizzante, prodotti da officine della Grecia insulare e microasiatica, molti altri appartengono alle classi ceramiche del corinzio antico e medio, decine e decine di vasi miniaturistici locali, tra cui una oinochoe di officina indigena. Nella vetrina 2 sono alcuni interessanti esemplari di vasetti plastici importati, una bella faïence policroma, rappresentante un orientale nudo, prono, diversi oggetti votivi di bronzo (cuspidi di lancia, armilla, scudetti), ed un Palladio fittile degli inizi del VI secolo, nonché alcuni frammenti di pinakes di terracotta, che imitano prodotti bronzei lavorati a sbalzo, ed eseguiti a bassissimo rilievo con l'uso di rulli; il più antico si data tra il 610 ed il 590 a.C. Sono conservati al Museo Archeologico Regionale di Palermo: due statuette bronzee, un'Athena Promachos dei primi decenni del VI secolo ed una figurina di offerente tardo-dedalica, nonché una laminetta aurea lavorata a sbalzo con la figura di una Gorgone, rappresentata nello schema dell'arcaicissima corsa in ginocchio, che ebbe significato e funzione apotropaici al momento della nascita dell'edificio. È in base a questi elementi che si può affermare che il Tempio A era dedicato ad Athena.

Continuando nella visita, a sinistra, si trovano esposti su un grigliato a parete, una delle due lastre superstiti del rivestimento architettonico fittile del Tempio A, i due tipi di rivestimento del Tempio B, il primo di gusto disegnativo, lineare, provvisto di tubi di gronda e perciò destinato ai lati lunghi del tempio, ed il secondo di gusto plastico certo eseguito per le fronti dell'edificio, nel momento in cui l'intera decorazione del frontone venne rifatta, nel primo venticinquennio del V sec. a.C. Sono pure esposti alcuni esemplari dei due differenti tipi di antefisse, impiegati a Himera nella copertura dei Templi C e D (v. pannelli 8-9), a maschera gorgonica ed a palmetta pendula. Nello stesso grigliato è esposto un grande frammento di rivestimento fittile dipinto, rinvenuto davanti al portico sul lato sud del temenos, databile nel secondo quarto del V secolo.
Il pannello 7 illustra le fasi dello scavo e le caratteristiche del Tempio B, le vetrine nn. 3-7, 9 sono dedicate alla decorazione scultorea dell'edificio. ll Tempio B ha celato il segreto della sua dedica, ma la sua decorazione plastica metopale e frontonale lascerebbe supporre che l'edificio fosse dedicato alle principali divinità imeresi, Athena ed Eracle. Le metope documenterebbero, appunto, le fatiche di Eracle, il cui nome, insieme con quello di Euristeo, è inciso su due lastre frammentarie esposte nella vetrina n. 10. Nelle vetrine nn. 3-5 sono raccolti numerosi frammenti delle metope, tra cui si segnalano per la qualità dello stile alcune teste (n. 5), diverse figure di combattenti in nudità eroica (n. 4) e anche resti di animali in rapido movimento (n. 3). Sempre nella vetrina n. 3 un cenno particolare merita un frammento della capigliatura del gorgoneion frontonale del tempio, databile, come le metope, alla metà circa del VI secolo. Il visitatore procederà sulla sinistra fino ad incontrare le grandi figure acroteriali, una maschile e almeno due femminili, eseguite in terracotta verdina e modellate con raffinata sensibilità naturalistica anche nei particolari anatomici, che riecheggiano nel movimento ampio delle pieghe della stoffa le innovazioni stilistiche del panneggiare post-fidiaco. Esse, infatti, furono poste a decorare il fastigio del Tempio B nell'ultimo venticinquennio del V secolo.

Della serie di vetrine del lato esterno del settore, le nn. 6-7 e 9 presentano un folto gruppo di sculture ad altorilievo e altre a tuttotondo che appartenevano alle lastre della decorazione frontonale: protomi equine e feline, una splendida testa di ariete, resti di figure alate mostruose o fantastiche, un gruppo di belve in lotta con la zampa dell'aggressore che sovrasta l'avversario atterrato (n. 6), e parte di un altro gruppo con un felino che azzanna il treno posteriore di un bovino (n. 9), elementi delle giubbe, dei corpi e delle zampe di grandi felini (nn. 7 e 9), nonché parte della gamba sinistra e del torso di una figura maschile villosa, di notevoli proporzioni, forse un Gigante atterrato o ferito ovvero un eroe in lotta (n. 9), che doveva occupare il centro del rilievo frontonale. Nonostante le gravi lacune, non v'è dubbio che l'esecuzione dei gruppi di figure dovette avere un profondo significato religioso e un deciso carattere politico-celebrativo, soprattutto se si considera la datazione che oscilla intorno ai primi decenni del V sec. a.C. I temi affrontati dagli scultori denotano un certo attardamento nella scelta del repertorio, ma nelle decorazioni frontonali imeresi si possono cogliere una diffusa vivacità espressiva e qualche spregiudicata libertà compositiva.
I due pannelli 8-9 forniscono dettagli utili sui due Templi D e C, mentre la vetrina n. 8 raccoglie oggetti provenienti dallo scavo dei due edifici, dalla zona dell'altare (bocche di mantice) e dal temenos: dal deposito di fondazione del Tempio D proviene una terracottina di Athena, della seconda metà del VI secolo, da ricollegare con un'interessante iscrizione metrica incisa sul piede di una coppa (n. 10 e paragrafo "Epigrafia"); l'ambiente 11 del lato sud del temenos ha reso un'altra terracottina di Athena Promachos anch'essa esposta nella vetrina 9.
L'ultima vetrina, con cui si chiude questo primo settore dell'esposizione, accompagnata dal pannello 10, raccoglie i materiali epigrafici.

Oltre a quelli già ricordati (tra cui le lastre con i nomi di Eracle ed Euristeo, la bella dedica metrica di Thripylos ad Athena, la placchetta bronzea con Sixas ecc.) ricorderemo un'ansa di Kantharos purtroppo in frammenti, che reca incisa una formula dedicatoria ad Athena, due glandes missili con iscrizioni Leukathea e Dios Soter (seconda metà V sec. a.C.), una lettera su laminetta plumbea opistografa (metà V secolo), e la base di calcare con Eukleidas (metà V secolo), proveniente dal lato nord del Tempio B, che ripropone il nome di uno degli ecisti della colonia.
Scendendo la rampa che porta al secondo settore (dove sono esposti i reperti dell'Abitato e delle Necropoli impresi) si incontra, collocato sulla parete di fondo, il primo dei sette pannelli che illustrano i caratteri urbanistici dell'Abitato. Sulla stessa parete un altro pannello (12) informa il visitatore sui principali aspetti del villaggio dell'età del rame che occupò, molti secoli prima della fondazione della colonia greca, la zona nord-occidentale del Piano di Imera (non sono esposti i reperti).
La prima vetrina (n. 11) riunisce alcuni crateri, skyphoi e un lebes gamikos dipinti con scene piuttosto convenzionali (donne, satiri, menadi) dal Pittore di Himera, un ceramografo siceliota di non alto livello, operante tra la fine del V e gli inizi del IV sec. a.C. (vedi pannello posto sotto la vetrina).
Nelle vetrine successive è esposta una scelta del vasellame fine da tavola, rinvenuto nell'Abitato. La vetrina n. 12 è riservata alle ceramiche arcaiche (VII-VI sec. a.C.) di importazione (corinzio, coppe ioniche, bucchero etrusco) e a qualche frammento di produzione indigena (coppa decorata da "rosetta a stella" incisa). Nella vetrina n. 13 spiccano due grandi crateri attici del V sec. a.C.: il primo interamente a vernice nera, il secondo opera dell'officina di uno dei più importanti pittori di vasi ateniesi, il Pittore dei Niobidi. La scena sul lato principale raffigura Achille mentre indossa le armi divine portategli dalla madre Teti.

Nelle vetrine nn. 14-15, altri esempi di ceramica attica a figure nere (fine VI-inizi V sec. a.C.), tra cui si noti il frammento di anfora con figura di cavaliere, e a figure rosse (V sec. a.C.), sia attica, sia di fabbriche dell'Italia meridionale e della Sicilia. Di officina ateniese sono i notevoli frammenti di una coppa firmata dal noto ceramografo Douris (circa 490 a.C.). La vetrina n. 16 è riservata al vasellame da mensa a vernice nera con diversi esemplari attici e di imitazione.
Nelle vetrine seguenti sono esposti alcuni tipici prodotti dell'artigianato imerese: arule (piccoli altari di terracotta, alcuni decorati da scene figurate, animali in lotta, Scilla, Dedalo e Icaro) nella vetrina n. 17; antefisse, due modelli di tempietti e altri oggetti di uso comune (lucerne, pesi da telaio, armi da pesca) nella vetrina n. 18. Nella lunga vetrina a nastro parallela, si possono osservare i corredi della necropoli-orientale di Himera (scavi del 1926-27 e scavi del 1971; si vedano i pannelli 19 e 20). La parte relativa ai vecchi scavi è costituita da contenitori di terracotta, in cui erano stati inumati bambini o neonati, e da alcuni vasi di fabbrica corinzia e attica, che facevano parte dei corredi funebri, a suo tempo purtroppo smembrati. Gli scavi recenti sono documentati da alcuni corredi esposti nella loro integrità. La maggior parte provengono da tombe del V sec. a.C., riferibili al ceto medio cittadino, e sono costituiti in prevalenza da vasellame a vernice nera o decorato a bande; costante è la presenza di una lucerna o di una lekythos (vasetto per profumi o unguenti).
Un cenno particolare merita il ricco corredo della tomba n. 5. Esso comprende ceramiche pregiate di importazione (da Atene, da Corinto e dalla Grecia orientale); un attrezzo agricolo (zappa), armi (pugnale, punte di giavellotto) e due dischi (uno di piombo, l'altro di ferro), che permettono di attribuire la sepoltura a un esponente dell'aristocrazia imerese, vissuto nel terzo venticinquennio del VI sec. a. C., distintosi anche nei giochi atletici.
Sempre nella stessa vetrina, segue l'esposizione dei reperti più significativi della ceramica domestica rinvenuta nelle case di Himera (brocche, crateri, piatti, brocchette, sia dipinti a bande di colore, sia acromi) e in ultimo chiude l'esposizione una scelta di bordi decorati di vasche di louteria di terracotta (arredo per uso igienico, piuttosto diffuso nelle abitazioni).
Proseguendo sul lato esterno del settore, la vetrina n. 19 riunisce una parte degli oggetti votivi provenienti dal santuarietto urbano del Quartiere Est (v. il pannello 17). Oltre alla ceramica a vernice nera, si notino le arule su cui si facevano le offerte, le lucerne e soprattutto le statuette di terracotta, che venivano dedicate come ex-voto alla divinità venerata nel santuarietto (Demetra o Kore ed anche Athena Ergane).
Nelle ultime tre vetrine (nn. 20-22) è esposta un'ampia scelta di terracotte figurate, produzione artigianale tra le più significative di Himera, ricca di tipi sia originali, sia imitati da altri centri di produzione. Segnaliamo alcuni busti femminili, derivati da modelli agrigentini, nella vetrina n. 20; le statuette femminili panneggiate, in cui si coglie l'eco della grande scultura attica, e un grande busto della dea Athena, anch'esso di derivazione agrigentina, nella vetrina n. 21 e, nell'ultima, un gruppo di figure caricaturali (uomo su ariete; figurine dagli accentuati tratti deformi, tra cui spicca per qualità una kourotrophos (madre con bambino al seno), dal volto accentuatamente grottesco.
Il terzo settore del Museo è dedicato attualmente ad una mostra degli scavi condotti dall'istituto di Archeologia, in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici di Palermo, nel santuario di contrada Cuti, a Terravecchia di Cuti; nella necropoli di S. Venere, a Monte Riparato (Caltavuturo) e nella necropoli ellenistico-romana di Cefalù.

