Il Tempio della Vittoria, che è oggi l'unica testimonianza monumentale di un grande temenos sorto in prossimità della sponda occidentale del fiume Imera, dovette essere nel V sec. a.C., la costruzione più importante e, forse, l'ultimo degli edifici di una zona frequentata già in età arcaica. A fasi diverse del temenos appartengono i resti di piccoli edifici sacri, edicole e tempietti, di cui ci restano, dopo, gli scavi di Pirro Marconi degli anni 1929-30, modanature architettoniche, frammenti di colonne, qualche capitello e alcuni triglifi, nonché elementi decorativi fittili dipinti e plastici.
È un tempio dorico di m 55,91 x 22,45, periptero esastilo con 14 colonne sui lati lunghi, elevato su krepidoma di 4 gradini, con pronao, cella e opistodomo, costruito in tufo conchiglifero. Il tempio è attribuibile al secondo ventennio del V sec. a.C. e non v'è dubbio che fu incendiato e distrutto nel 409 insieme con il santuario e con i due grandi settori della città di Himera, in collina ed a valle.
Nella storia dell'architettura greca siceliota, e proprio sulla soglia del massimo sviluppo dell'ordine dorico canonico, nonostante la sua cronologia abbastanza alta, il periptero imerese presenta una fitta serie di novità. Creazione di una pianta già finalizzata per i servizi (scalette nei piloni del pronao, di palese influsso agrigentino); rapporto snello e arioso tra cella e colonnato (questo con doppia contrazione angolare); logica proporzione scalare tra cella, pronao ed opistodomo; forme evolute dell'echino dei capitelli; progredita agilità del geison (ispessito soltanto all'appoggio della capriata); piena autonomia stilistica della sima a grondaie leonine (la più imponente e la più varia tra quelle note nell'Occidente greco), scolpita in calcare poroso di colore giallo caldo, interamente stuccata e dipinta, datata fra il 480 ed il 460 dal Marconi, che vi riconosce l'opera di scultori agrigentini e due diverse concezioni plastiche. E, infine, profonda innovazione con l'idea di un frontone animato da sculture, forse sulla scorta delle precedenti esperienze plastico-decorative agrigentine ed anche imeresi.
Subito dopo la vittoria imerese del 480 a.C., ci dice Diodoro (XI, 25,1) che, con le decime imposte ai Cartaginesi, Gelone ordinò che venissero abbelliti i templi di Himera e di Siracusa: uno, a Himera, è quasi certamente il nostro, che supponiamo dovette essere un Athenaion almeno nell'intenzione dei dedicanti; il secondo, a Siracusa, fu senza dubbio un Athenaion, quello che ci appare oggi trasformato in Duomo della città, e che in antico fu celebrato da Cicerone (In Verr. IV, 53-56) per la sua magnificenza.

Quanto ai pochi resti scultorei pervenutici, eseguiti in calcare bianco fine e compatto, di recente noi abbiamo avanzato due ipotesi sulla decorazione frontonale del tempio, che potrebbero anche ettare luce sul culto che vi si praticava. La prima, che ai lati di una figura centrale di divinità, verosimilmente Athena, si svolgesse una scena di battaglia statica che raffigurava o il tema dell'Ilioupersis o il tema della Gigantomachia, motivi carichi di ammonimenti politici antipunici, con singole figure di combattenti, associati forse in gruppi contrapposti nell'azione. La seconda ipotesi, che la scena rappresentasse episodi della saga di Eracle, il cui nome, ricordiamolo, è intimamente collegato alla presenza dell'eroe sulle coste settentrionali della Sicilia ed all'episodio delle Ninfe di Himera (Diod. IV, 23,1).
Dopo l'incendio del 409 a.C. il terreno a valle circostante il Tempio della Vittoria venne frequentato saltuariamente. Sono note alcune testimonianze isolate di età romana, con sovrastrutture riconosciute sulle vestigia del tempio stesso. Seguì un lungo periodo di silenzio. Nel X secolo, il nome arabo di Wàdi es-Sawàri, fiume delle colonne, viene assegnato alle rovine del grande tempio che dominavano la foce e sulle quali dovette certamente sorgere un casale, forse per la lavorazione della canna da zucchero. A questi fatti s'aggiunge, infine, il vivo ricordo del torrione e della cappella cinquecenteschi, costruiti sulle rovine del Tempio della Vittoria e demoliti durante le esplorazioni di Pirro Marconi.

